La promozione in Serie B della Feralpi Salò

Per la prima volta una squadra della provincia di Brescia che non fa riferimento al capoluogo giocherà nel campionato di secondo livello della piramide calcistica italiana.

Sabato 8 aprile 2023 la Feralpi Salò è stata promossa in Serie B dopo una stagione trionfale condotta al vertice del girone A della Serie C.

Per la provincia di Brescia è un evento storico, da celebrare e da analizzare nei suoi significati più profondi. Ma ci sono temi che secondo me vanno letti anche pensando al calcio italiano nella sua interezza.


Ne parlo innanzitutto perché la vicinanza geografica alle mie origini mi ha fatto partecipare emotivamente con grande gioia a questo successo, in aggiunta a due fatti strettamente personali che credo sia bene citare in premessa.

Il primo è che nel 2008/09 – ultimo anno precedente alla fusione tra Salò e Lonato – collaborai come addetto stampa della Feralpi Lonato in Serie D.

Il secondo è che al tecnico Stefano Vecchi, così come a Mauro Bertoni che lo scorso anno vinse con la Primavera 3 il titolo nazionale prima di aggregarsi allo staff di Andrea Pirlo in Turchia, mi lega una sincera amicizia di lunga data.


La vittoria della Feralpi Salò arriva a 14 anni dalla fusione tra Feralpi Lonato e AC Salò Valsabbia avvenuta il 5 luglio del 2009 ed è una vittoria della passione, della costanza e soprattutto di un legame, quello tra il gruppo Feralpi di Lonato e lo sport, assolutamente indissolubile, direi quasi istituzionale, che fa parte del dna imprenditoriale stesso di questa realtà.

Il gruppo siderurgico conta 1.826 dipendenti con insediamenti produttivi in 7 paesi e un fatturato di 1,32 miliardi.

Per capire la Feralpi Salò bisogna capire prima di tutto la filosofia del Gruppo Feralpi che nasce e cresce a Lonato ma ha cuore valsabbino (il presidente Giuseppe Pasini è nato a Odolo) ed un fortissimo radicamento territoriale sul Garda.

Così, quando nel 2009 si presenta l’occasione, la fusione con il Salò fa geograficamente da cerniera naturale tra le due anime e salda una appartenenza.

Nello sport Feralpi non fa solo calcio ma anche ciclismo ed alle attività calcistiche salodiane somma quelle con base a Lonato (Virtus). Il gruppo sportivo è nato a metà degli anni 70 ed è chiaro che quella radice storica ha forte influenza fino ai giorni nostri.

Lo sport nasce e cresce dentro l’azienda anche come attività ricreativa, come offerta sportiva e di intrattenimento ad un territorio a cui il gruppo sente fortemente di appartenere.

Anni fa un collega – credo con qualche ragione di fondo – mi disse “Feralpi è un esempio virtuoso di come una grande azienda può costruire comunità. Lonato deve quasi tutto a Feralpi, i suoi dipendenti storici hanno casa e famiglia lì, il legame lo senti. È Feralpi ad aver fatto Lonato, non il contrario”.

L’ultima volta che ho avuto il piacere di parlare con Giuseppe Pasini eravamo nel suo ufficio, primavera del 2017, una lunga chiacchierata (a quei tempi ero coordinatore editoriale di Calcio e Finanza) poco prima della sua nomina a Presidente di Confindustria Brescia.

L’ho conosciuto circa 20 anni fa in vari ruoli: come presidente di una ambiziosa società di Eccellenza, come imprenditore sia da presidente di Federacciai con me nel ruolo di giornalista economico di Bresciaoggi, che in Confindustria Brescia quando ero addetto stampa dell’associazione, mentre come detto nella stagione 2008/09 (ultima della Feralpi Lonato prima della fusione) sono stato suo addetto stampa.

Al termine di quella esperienza apprezzai il fatto che lui mi chiese un’opinione pour parler sull’ipotesi di fusione.

Io mi dissi contrario spiegando che a mio modo di vedere fare calcio a Lonato o a Salò non avrebbe cambiato la sostanza. Ma credo che fossi io a sbagliarmi, per la ragione che poi ho capito successivamente: a Salò il club avrebbe avuto sede in quella che è la capitale geografica morale di un territorio composito ma culturalmente riconoscibile.

Il Presidente

Non credo di offendere nessuno se dico che la vittoria della Feralpi Salò è soprattutto la vittoria del suo presidente. Riconosco certamente che collaborazione e organizzazione sono una cifra del club, ma è la figura umana che sta al vertice a caratterizzare il tutto molto più di qualsiasi altra componente.

Pasini ha sempre guidato la sua azienda con l’impronta di una forte managerialità, scegliendo uomini capaci. Crede nel team e nelle competenze, molto più che nell’uomo solo al comando.

Avendo dovuto prendere le redini dell’azienda di famiglia molto presto, suo malgrado già tra i 20 e i 30 anni per la scomparsa del padre, ha dovuto strutturare il suo gruppo affidandosi a manager capaci, capendo di non poter fare tutto da solo. Non poteva essere in alcun modo accentratore, anche se la sua impronta imprenditoriale è sempre stata chiara.

E su questa narrazione della managerialità ha sempre condotto il suo gruppo.

Nonostante questo – anzi, forse proprio per questo – la sua è una leadership solida, fortissima.

Ho detto tutto questo perché nell’analisi complessiva del fenomeno Feralpi Salò non si possono omettere la radice, l’ispirazione valoriale e il profilo forte dell’uomo che la comanda.

Forse, ma questa è la mia impressione da fuori, nel calcio ha accentrato più che in azienda sentendo questa attività guidata anche da passione oltre che dai freddi numeri del mercato, della produzione e delle scelte strategiche.

È un fatto peraltro che il club, nato come duopolio tra lui e Aldo Ebenestelli della Ivars di Vestone abbia visto nel lungo periodo una decisa prevalenza della sua figura. Nulla di male, sia chiaro, ma è bene dirlo per capire appunto la natura stessa del club, e per ricordare – come ho detto faccio una analisi che vuole avere un qualche valore nazionale, non solo locale – come le figure presidenziali nel calcio italiano difficilmente si prestino a collaborazioni “inter pares” come accade in altri sistemi come quello inglese o tedesco.

Feralpi e Brescia

Purtroppo la promozione della Feralpi Salò arriva nel momento peggiore della storia recente del Brescia calcio con una retrocessione in Serie C che al momento della promozione dei salodiani sembra probabile.

E nel dibattito soprattutto locale torna spesso l’interrogativo: “Perché Pasini non prende il Brescia?”.

Risposta semplice e scontata: non gli interessa. E non lo si può biasimare per questo, anzi. Fa bene.

Premetto che non sono tra quelli che invocano l’imprenditoria bresciana per il futuro del club, al contrario analizzo le acquisizioni degli ultimi anni e rilevo che il calcio è sempre più materia per fondi, investitori indiretti con interessi più finanziari che aziendali e manager dall’innata competenza settoriale, non per capitani d’azienda prestati allo sport.

Nel caso Feralpi Salò, poi, c’è di più.

La presenza nel calcio di Giuseppe Pasini è legata a doppio filo alla appartenenza territoriale della sua azienda. Non è l’ambizione di un imprenditore che vuole investire nella sua immagine a livello nazionale attraverso il calcio.

Sarebbe sbagliato attribuirgli questo profilo che invece caratterizza ed ha caratterizzato tanti altri imprenditori del calcio.

Tutt’altro: Pasini vuol essere riferimento riconosciuto nel suo territorio, che è il Garda ed è la Valsabbia, non ha altri intenti se non quelli sportivi che da questo derivano.

Pasini è fedele ad una mission che gli è stata lasciata in eredità e che lui porta avanti orgogliosamente da 40 anni. Andare altrove sarebbe tradire quella costituency.

Negli anni avrebbe potuto prendere società di piazze più grandi (oltre a Brescia anche Verona e Mantova le prime che ricordo) ma non le ha mai realmente considerate.

È giusto e legittimo che sia così, fa bene, non lo si può biasimare.

È sbagliato e perfino scorretto chiamarlo in causa sui problemi del Brescia calcio, che nascono prima di lui, prima di questa proprietà e ci dicono di un territorio imprenditorialmente forte (soprattutto nelle appartenenze) e di una città apparentemente debole, che poi in realtà milita da 40 anni tra A e B come poche altre possono vantare a livello nazionale.

E peraltro la presenza del capoluogo in C e del territorio in B non sarebbe una novità, è capitato a Cittadella e Padova, a Sassuolo con Reggiana e Modena.

E non può nemmeno essere vista come distrazione di risorse: l’Atalanta non si è mai troppo curata di AlbinoLeffe e Alzano quando queste ben figuravano in B, perché l’Atalanta fa l’Atalanta, che è un’altra cosa rispetto al calcio di queste realtà dal minore bacino d’utenza.

Padre Tempo

È sbagliato e scorretto di contro, chiamare in causa la Feralpi Salò quando si vuole indicare un modello per il Brescia calcio. Del resto pur essendo due società di calcio che giocano in categorie contigue, queste due realtà sono assai distanti per necessità e strategie.

Quando ha creato la sua società attuale, Pasini sapeva una cosa più di tutti: guidando il club di un paese di 10 mila abitanti (qualcuno aggiunge i 17 mila di Lonato, ma non so quanto poi i cittadini di Lonato sentano questa squadra veramente loro, per ragioni immagino per lo più campanilistiche) stava acquistando anche un bene preziosissimo che non avrebbe trovato altrove: il tempo.

Non è un caso se mentre tutti si spellavano le mani nel dopo partita di sabato lui in diretta commentava: “siamo arrivati qui imparando anche dai nostri errori perché nel calcio è facilissimo fare errori”.

A Salò, Pasini ha avuto tempo e modo di fare errori che a Brescia o nella piazza di un capoluogo non avrebbe avuto.

Il tempo è una delle precondizioni per i quali Giuseppe Pasini a Salò, il compianto Giorgio Squinzi a Sassuolo, Antonio Gozzi a Chiavari, per citarne alcuni, scelgono di fare quello che io chiamo “calcio dei campanili” che ha una dimensione ancor più locale di quello dei capoluoghi come Brescia, Reggio Emilia, Modena, Genova sede dei club storicamente detti provinciali.

A Brescia uno come Gino Corioni prese insulti di tutti i tipi avendo fatto (prendo l’esempio più recente) 5 anni di Serie B perdendo ripetutamente i play off prima della sua ultima promozione del 2009/10.

A Salò tutti elogiano Pasini dopo 12 anni di Serie C.

E conta poco, perdonatemi, che si giochi per una città capoluogo o per un paese di 10 mila abitanti, perché alla fine le regole ed il mercato sono uguali per tutti. Anzi, forse sono più difficili per il Brescia che non per Salò.

In questi giorni si è anche celebrato il fatto che il club è nato solo 14 anni fa, ma non si può omettere che nacque già in Serie D (e venne ripescato poche settimane dopo in C2), ottenne una promozione C2-C1 al secondo anno e poi ha sempre militato in C.

Il tema della data di fondazione, letto da più parti, insomma, avrebbe avuto un senso diverso se il club fosse partito dalla Terza categoria ed avesse scalato 7 categorie in 14 anni con una media di una promozione ogni 2 anni.

Ma tant’è. Usare argomenti tanto per usarli non rende merito e non definisce la dimensione di quella che è senza che alcuno possa metterlo indubbio una grande impresa sportiva riferita alla stagione 2022/23.

Qui prima di tutto (e non parlo di Brescia ma di tutta Italia) servirebbero una capacità analitica e narrativa diverse, ed anche un diverso costume nel raccontare le cose di calcio, nel vedere oltre la vittoria e la sconfitta, analizzando il gioco per quello che è, non per quello che si vorrebbe che fosse. Dico questo a partire dai giornalisti per arrivare ai tifosi, passando da chiunque parla – in questo mondo dominato dalla influencer economy – ad una platea risultando rilevante per la sua audience.

Di fronte a questa realtà i Pasini, gli Squinzi, i Gozzi, acquistano – lo ripeto all’infinito, giustamente e legittimamente, guidandoli anche con le grandi capacità imprenditoriali che tutti riconosciamo loro – i club di campanile per sfuggire a certe logiche distruttive del loro lavoro.

Non nascondiamoci dietro la foglia di fico del tifo organizzato, a tutti i livelli in Italia esistono due tipi di ultras, quelli senza e quelli con il tesserino dell’Ordine dei giornalisti. E le loro logiche di analisi al netto di alcune esagerazioni, spesso coincidono.

Programmazione

Questo tempo, queste 12 stagioni, sono state didascalizzate da molti sotto il termine di programmazione.

Io non so bene quale sia il significato che viene dato a questo termine. Ma la vedo un po’ diversamente.

In 14 anni il club ha cambiato 14 allenatori. Stefano Vecchi è stato solo il secondo in questo arco di tempo a chiudere 2 stagioni consecutive in panchina (il primo fu Beppe Scienza).

Questo a fronte di risultati sempre incoraggianti: nell’ultimo decennio la Feralpi Salò si è sempre piazzata nei primi 10 posti, non ha praticamente mai rischiato il posto in categoria, è sempre stata ambiziosa e rivolta alla promozione anche se magari non era la primissima favorita.

Ma tutti sapevano che i budget erano adeguati a pensare che si potesse giocare per il massimo risultato.

Nelle 5 stagioni pre-Covid nessun allenatore ha chiuso la stagione iniziata, si sono contati 8 cambi e 7 diversi allenatori (Serena è stato chiamato 2 volte).

Un andamento che denota un certo nervosismo rispetto ai risultati, nononstante piazzamenti finali sempre in crescita.

Forse quando Pasini con grande trasparenza di cui gli va dato onore e merito si riferiva agli errori fatti si riferiva a questo.

Quel che mi è sempre parso chiaro è che la Feralpi Salò ha sempre visto Sassuolo (promosso in B nel 2008), Cittadella (99/00), come modelli.

Dal Castel di Sangro in poi i club di campanile hanno capito che andare in B è possibile, non solo sulla carta.

Credo che l’emersione di realtà come Carpi (promosso nel 2012/13 e finito addirittura in A) ed Entella Chiavari (due promozioni 13/14 e 18/19) siano state vissute invece con un pizzico di frustrazione proprio perché rappresentanti di realtà non dissimili da quella salodiana, ma vincenti in un lasso di tempo più breve.

E qui gli esoneri e i cambi anche nella direzione sportiva (che fino al giugno 2017 era sempre stata nelle mani di Eugenio Olli, storico diesse salodiano per 30 anni) mi sembrano mettere in luce questa impazienza, per così dire.

Costanza e solidità

Oggi tuttavia commentiamo il successo in un campionato certo non facile come quello di Serie C ed al termine programmazione sostituirei quello di costanza, che è anche frutto di equilibrio garantito dalla solidità finanziaria data al club.

Tutte cose che suonano belle ma tutt’altro che scontate, se guardiamo al calcio italiano. Garantirle è un merito che non può passare inosservato, che non può essere considerato scontato, che non può non essere considerato nella sua eccezionalità.

Il modello economico del club di Salò è chiaro: un gruppo di sponsor che fanno riferimento al suo gruppo siderurgico o più strettamente alla figura del presidente stesso sostiene in maniera equilibrata da oltre un decennio una squadra di calcio che vanta anche numeri importanti in termini di attività di settore giovanile.

Un settore che – non lo si deve mai dimenticare – è cresciuto nel tempo vincendo il campionato di Primavera 3 nel 2021/22 a testimonianza di un lavoro a 360 gradi, non solo sulla prima squadra.

Il che vuol dire che il lavoro fatto dietro la prima squadra è anche qualitativo, non certo di facciata!

Tutto ciò è stato possibile perché questa società è nella invidiabile posizione di non avere mai alcun dubbio sulla sua continuità operativa. Un lusso non da poco nel calcio di adesso. Ed ancora un lusso di cui si deve ringraziare chi guida il club.

Non ho un dato in questo senso ma credo che la Feralpi Salò sia l’unico club presente dal 2010 ad oggi in Terza Serie continuativamente. Il che la dice lunga sulla reale portata di questo successo sportivo, su quelli che sono i veri elementi di straordinarietà.

A sua volta, perché su questo è giusto tornare, chi lavora per il Salò dal suo presidente in giù lo può fare senza le logoranti pressioni di una piazza esigente che si potrebbe trovare altrove. E questo aiuta ogni anno a ripartire e ricaricare batterie che altrove si esaurirebbero molto prima.

Risultato storico

Il risultato della Feralpi Salò è certamente storico per il territorio bresciano.

Prima del club gardesano-valsabbino ci sono state negli ultimi 40 anni Ospitaletto, Orceana, Lumezzane, Montichiari, Rodengo Saiano e Carpenedolo a raggiungere il calcio professionistico, ma nessuno è mai arrivato cosi in alto.

Pasini ha fatto quel che in passato in particolare non era riuscito né a Gino Corioni (che guidava l’Ospitaletto prima di acquistare Bologna e Brescia) né a Aldo Bonomi, patron del Lumezzane che sfiorò la Serie B.

Non è invece un risultato storico sul piano nazionale. Si tratta anzi di una impresa ricorrente e che riporta ad un tema sul quale si dibatte spesso.

Negli ultimi 30 anni è la 18esima volta che una squadra che non fa riferimento ad un capoluogo di provincia sale in Serie B.

Ce l’hanno fatta nell’ordine: Castel di Sangro, Alzano Lombardo, Fermana, Savoia di Torre Annunziata, Cittadella (due volte), AlbinoLeffe, Sassuolo, Gallipoli, Gubbio, Nocerina di Nocera Inferiore, Juve Stabia di Castellamare (x2), Lanciano, Carpi, Entella di Chiavari (x2).

Sassuolo e Carpi sono i due club che sono poi anche saliti in A. Io credo che per disponibilità e organizzazione la Feralpi Salò non sia seconda a questi due club.

Ho sentito anche scomodare il termine “miracolo”. Capisco che la parola possa sfuggire nella bolgia dell’emozione del dopo gara e che come tale venga ripresa per farci un titolo roboante.

Ma se rifletto sul significato intrinseco del termine fatico a parlare di miracolo. Tutt’altro.

Miracolo è qualcosa di incredibile, insipegabile, a volte pure intangibile.

Credo che definire miracolo quanto successo in questa stagione alla Feralpi Salò possa andare bene al limite sul piano retorico, pur se in una retorica che lascia comunque il tempo che trova, ma risulta quasi irrispettoso a rigor di logica, perché l’impresa di questa società è sportivamente bellissima ed economicamente spiegabilissima oltre che managerialmente incastonata dentro un lavoro riconoscibilissimo e come ho già detto scolpito nella costanza, nell’equilibrio delle scelte e nella solidità del modello economico che è stato possibile mettere in campo.

Un lavoro che ha elementi interni ed esterni ben riconoscibili che hanno contribuito tutti – nessuno escluso – a creare quello che questa realtà rappresenta nel calcio italiano.

In estrema sintesi e a scanso di equivoci: quel che ha fatto e costruito la Feralpi Salò ha radici profonde, non è certo facile, è replicabile in piazze simili e non troppo grandi (o ingombranti) come si è visto in questi anni, ma in Italia non si conoscono modelli simili e cosi duraturi, in questo millennio, che facciano riferimento a realtà maggiori, tanto meno provinciali.

Cenerentola

So bene che chi mi segue si aspetta da me qualche argomentazione di stampo diciamo cosí “superleghista” del tipo: “Le cenerentole coi loro stadi vuoti rovinano il calcio italiano”.

Non preoccupatevi, continuo a pensarla cosí, ma qui non sono in ballo i massimi sistemi ed evocare l’argomento sarebbe fuoriluogo e irrispettoso di questa bellissima vittoria che è il tema di questa analisi.

Non posso non gioire per la vittoria di un club in cui ho anche alcuni amici e di cui ebbi l’onore di raccontare, il 12 maggio del 2004, l’ultima grande impresa nazionale, essendo stato io il telecronista della finale giocata al Flaminio tra Salò e San Paolo di Bari vinta 1-0 dai gardesani per aggiudicarsi la Coppa Italia di Eccellenza.

Continuo a pensare che le piccole piazze siano un problema non solo nel sistema calcistico italiano, ma in qualsiasi sistema professionistico che voglia puntare nel lungo periodo a inclusione e sostenibilità, perché nel mio modo di intendere lo sport gli stadi pieni sono una componente fondamentale.

Aggiungo scanso di equivoci: il Brescia che non arrivava a 15 mila persone di media con Baggio in campo, in questo senso non è mai stato negli ultimi 30 anni un esempio da imitare.

Detto questo, prima di tutto ho un innato senso sportivo che mi porta a pensare che quando questi club salgono di categoria le loro vittorie abbiano certamente un valore sportivamente molto alto al di là dei riflessi socio economici e culturali.

In qualche modo ci danno la conferma che i sistemi sul piano della competizione sportiva, funzionano, senza alcuna dietrologia.

Non fu cosí ad esempio quando nel 2004 dopo due finali agghiaccianti da tutti i punti di vista (a partire dalla rissa furibonda inscenata) contro il Cesena al Lumezzane fu negata la Serie C in un campionato in cui sembravano dominare interessi altri da quello che il campo in realtà esprimeva.

Resto convinto che il calcio professionistico prima o poi dovrà fare i conti con il tema di alcuni prerequisiti (come gli stadi e il bacino d’utenza oltre alle solidità patrimoniali) di accesso, e forse anche del numero chiuso, e che la piramide basata su un merito puramente di campo come quella attuale abbia sempre meno senso se si vuole raggiungere un equilibrio anche economico che vada a poggiare sulla maggiore base di tifosi possibile.

Ma appunto, il problema non è di chi come la Feralpi si attrezza per competere e vincere, ma di chi continua a vedere la piramide del calcio come la si è sempre vista senza ignorare i cambiamenti epocali degli ultimi 40 anni culminati in particolare con la sentenza Bosman del 1995 e le dinamiche successive che portano ad una divaricazione sempre più evidenti tra grandi club di portata internazionale, realtà di provincia e – come le chiamo io – società di campanile.

Fino ad allora non ci mancheranno imprese sportive belle e solide come quella della Feralpi 2022/23 da analizzare e celebrare, con pieno merito dei suoi protagonisti a tutti i livelli organizzativi. Vittorie figlie di un calcio romantico che al di là di tutto va apprezzato quando si esprime nella sua essenza.

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